L'arte è una delle manifestazioni della bellezza più grandi, prova evidente, insieme alla letteratura, della perfezione dell'intelletto umano e dell'indelebile firma divina che porta incisa.

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Nota critica della dr.ssa Elisabetta Zanchetta

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Non un semplice pezzo di legno. Né una lastra di metallo qualsiasi. Di fronte agli occhi, tratti scavati, intense morbidità, incastri di segni immortalati su materiali vivi, che raccontano la propria origine e si prestano a delineare una storia.

Osservare. Pensare. Scoprire. Ammettere una continuità, un legame, un ricordo, una ferita.

Carmine Tisbo plasma i materiali. Ne esce un’armonia tangibile, un flusso di energia che dalle superfici lavorate si traduce in vissuto. Il legno è la base di partenza per un racconto che va oltre uno sfregio, una corda, un colore. Oltre ciò che lo sguardo sfiora. Poi è la sensazione che fa il resto. I solchi accolti non soltanto dal legno ma da rame e metallo abbracciano un modo di porsi agli interlocutori. Diventano, per l’interlocutore stesso e attento, uno specchio dove ritrovare il sapore delle proprie esperienze.

Viene spontaneo allungare la mano e mettere in contatto i polpastrelli con l’opera. Perché l’opera chiede di vivere, di respirare. E così fa. Ogni volta in cui il graffio lancia un messaggio: ferita, scavo interiore, ricerca dell’io; ogni volta in cui la corda snoda l’immobilità mentale per simboleggiare chiaramente un percorso, un cammino, una solida idealità apparentemente perduta, soffocata dalla superficie, ma pur sempre ritrovata dopo l’analisi interiore affrontata, accettata, finalmente amplificata.

Simmetrie materiche che vengono interrotte dal gioco dell’umano, rappresentato nei solchi non innati nel materiale, bensì frutto di un cammino terreno e di una ricerca spirituale. Impulso emotivo, scavo meccanico, guidato dall’anima fino a comporre un linguaggio diverso, accattivante, immediatamente percepibile.

Ricordando il pensiero di Seneca, si scopre che “se guardiamo un pezzo di legno perfettamente diritto, immerso nell'acqua, ci sembra curvo e spezzato. Non ha importanza che cosa guardi, ma come guardi: la nostra mente si ottenebra nello scrutare la verità”.

Rivolgendo lo sguardo a un’opera di Carmine Tisbo ci imbattiamo proprio nella verità. E’ come se quel materiale, quella creazione, quel volto impresso su legno, rame, su una superficie non più intatta ci dicesse, ammiccante: “Riconosci te stesso in me?”.

La corda, il filo sottile ma forte che lega l’uomo al ‘cielo’ attende di essere rispolverato. A volte è arrendevolmente in apnea nella fumosa assenza di uno sguardo, accatastato sotto coltri spesse di indifferenza e fretta. Mentre l’apparenza è lieta di lasciarsi intaccare, sfregiare, modificare, pungere di domande, alla ricerca di un perché, alla ricerca del senso della vita.

Le opere di Carmine Tisbo sono soltanto apparentemente semplici combinazioni di stile, equilibrio, di un accentuato gusto estetico. Propongono, in realtà, una chiave di lettura dell’io, che porta per mano fino alla scoperta dell’essere, di quell’essere pronto a viaggiare in se stesso, a lasciarsi andare alle proprie autentiche emozioni.

 

Elisabetta Zanchetta